Tranquilli ragazzi, l’articolo lo scrivo io. Così ho scritto qualche giorno fa ai miei amici d’avventura. Era da un pò che non scrivevo un articolo e volevo far sentire la mia voce, scrivere la mia opinione, far sentire che c'ero.
L'articolo lo scrivo io. Il problema è che non so proprio di cosa scrivere. Perché siamo a fine giugno e l’argomento principale dovrebbe essere il calciomercato ma negli ultimi anni per noi interisti è diventato un argomento molto traumatico, da spingerci al suicidio di massa (vabbè, dai non esageriamo….).
Da Eto'o a Gomez il passo è più breve di quanto sembri...
Ah, bei tempi in cui compravamo Ronaldo, Baggio, Zamorano, Simeone, Djorkaeff, Vieri, Adriano, Stankovic, Cordoba, Materazzi, Toldo ma anche, per restare in tempi recenti, in cui nella nostra casella “acquisti” figuravano i nomi di Ibrahimovic, Samuel, Maicon, Milito, Eto’o, Lucio, Julio Cesar, Thiago Motta, Sneijder.
Bei tempi, tempi andati. Perché i soldi sono finiti e con essi anche la passione del nostro Presidente che una volta raggiunto il Triplete e la Champions League ha deciso di chiudere i cordoni della borsa. Fermo restando che il mercato non è fatto solo di soldi e che avendo gli uomini con le competenze giuste (profilo che non coincide con Marco Branca) si possono fare buoni affari anche con pochi spiccioli. Julio Cesar, Maicon, Cambiasso, sono costati poco o presi a parametro zero. E si sono rivelati buoni affari. Al contrario di un Alvarez costato 12 milioni di euro e rivelatosi in buon giocatore ma niente di più. A me Alvarez piace ma quella cifra poteva essere spesa diversamente soprattutto se in quel ruolo hai già Coutinho e Sneijder.
Bei tempi, dicevo. Bei tempi perché il tifoso sotto l’ombrellone vorrebbe leggere la “Gazzetta” (o qualsiasi altro giornale) e sognare il grande nome, la coppia d’attacco che farà sfracelli, il fantasista che illuminerà il gioco e innescherà la punta.
Bei tempi soprattutto perché all’epoca (attenzione stiamo parlando di 3-4 anni fa non di secoli fa) si aveva le idee chiare. Serviva un trequartista? Cercavi Deco, trattavi Hleb ma alla fine prendevi comunque Sneijder. L’allenatore voleva Carvalho? Tu gli davi comunque Lucio. E se gli toglievi Ibrahimovic gli davi Eto’o non Forlan e Zarate.
Bei tempi perché parlare di mercato non ti procurava l’orticaria. Preso Palacio, stiamo facendo collezione di figurine e figuracce. Lavezzi, Giovinco, Destro, Silvestre, Verratti, Gomez (help…), Cà e Ié (non chiedetemi chi sono…), Lucas e tanti altri nomi, molti dei quali non accendono certo le fantasie dei tifosi.
Ma in fondo c'è chi sta peggio. E mi riferisco al povero Stramaccioni che oggi è considerato un nuovo Mourinho e che a settembre con una rosa “Armata Brancaleone Style” farà la fine di un Gasperini qualsiasi. Forza Andrea. C’è di peggio nella vita. Tipo tifare Inter di questi tempi.
Congiuntamente alla qualificazione ai quarti
ottenuta dalla Nazionale agli Europei di Polonia-Ucraina, è arrivata
puntualmente la solita ridda di polemiche riguardanti Mario Balotelli,
sull’opportunità e la liceità di certi suoi atteggiamenti. Chi lo accusa di
essere un bambino viziato che si è montato la testa avendo raggiunto il
successo troppo presto e chi invece ne prende le difese, apportando anche
argomentazioni razziali che a mio parere lasciano un po’ il tempo che trovano.
Vorrei puntualizzare: lasciano il tempo che trovano nel suo caso, perché Mario
non è l’unico giocatore di colore che sgambetta sui campi di calcio, ma nessuno, mi pare di potere dire, è preso di mira quanto lui. Ci deve essere pertanto qualcos’altro che infastidisce diverse persone al di là
del colore della sua pelle e direi che noi tifosi dell’Inter dovremmo essere abbastanza
onesti e ricordarlo bene, senza cadere nell’errore da atteggiarsi a “quelli
dalla memoria corta”. A me fanno potentemente girare le scatole quelli che
affermano con certezza che la bordata di fischi con la quale l’ hanno accolto
l’altra sera i tifosi irlandesi fossero solo “fischi di paura e di disapprovazione”,
come me le fanno girare quelli che sentenziano con altrettanta certezza che
fossero tutti fischi generati da sentimenti razzistici; ma come è possibile
essere così certi di una o dell’altra situazione e, soprattutto, è così
importante determinarlo?
Giaccherini, titolare contro Spagna e Croazia
E’ inutile girarci intorno: Mario è uno che con i suoi
atteggiamenti non si rende propriamente simpatico e ben voluto e quindi ci sta
anche che possa venire fischiato per questo, non solo perché di colore. Poi è
chiaro come non sia facile essere un giovane calciatore di colore che a
vent’anni ha già molto di più di quello che potranno avere mai moltissime
persone in tutta la loro vita, suscitando un sentimento poco nobile ma molto
comune a molti, soprattutto nel nostro paese: l’invidia. Ma se permettete è
molto meno facile essere un ragazzo di colore qualsiasi costretto a sbarcare il
lunario nel proprio paese con un reddito di pochi dollari al giorno o costretto
ad emigrare altrove. Mario dovrebbe cercare di rendersi conto della fortuna che
ha avuto e di essere comunque un privilegiato e dunque rilassarsi un attimo,
invece di comportarsi sempre con un atteggiamento da “solo contro il mondo”,
che è poi quello che alla fine lo fa risultare poco simpatico e popolare.
Se poi vuole rimanere a tutti i costi fedele a quel profilo da “talentuoso e
dannato” che si è creato in questi anni, faccia pure, ma queste situazioni
vanno poi gestite con un’abilità e un’intelligenza che lui non possiede;
sorgono poi i problemi con compagni,
allenatori, stampa, avversari, pubblico: tutti quanti insomma. Francamente
vorremmo sentire anche parlare un po’ di calcio in questi giorni: di come mai
la Nazionale abbia giocato due partite con un esordiente già poco utilizzato
dal suo club e per giunta fuori ruolo (Giaccherini) e di come mai abbiamo preso
due gol anche per la sua incapacità di chiudere le diagonali difensive; di come
mai non sia stata nemmeno convocata nei 23 una prima punta forte fisicamente
(l’unica che abbiamo è Di Natale); di come possa venire in mente ad un tecnico
di giocare con due registi (Pirlo e Motta); di come mai non sia mai stato
minimamente in discussione uno come Cassano che oltre al gol contro l’Irlanda
ha combinato fino ad ora piuttosto poco; o di come, nonostante tutto questo e
la crisi generale in cui versa il nostro calcio, abbiamo discrete possibilità
di finire fra le prime quattro.
Nuova maglia Jucentus: "30 sul campo" (ahahahah!)
Invece si parla quasi solo di Balotelli,
ingigantendo ogni sua piccola mossa, ogni suo gesto, ogni sua mezza parola,
visto che una intera fatica a proferirla. Sono riusciti perfino a interpretare
un suo chiarissimo gesto che voleva riferirsi a tutto lo stadio, come uno sfogo
nei confronti di Prandelli, dimenticando che si trattava esattamente dello
stesso gesto che aveva fatto alla fine
della mitica serata della vittoria casalinga dell’Inter contro il Barça nella
semifinale di Champions: roba da meritarsi l’esclusione a vita dall’albo dei
giornalisti. Supermario è uno così: chi accetta di prenderselo e di inserirlo
in una squadra deciso a sfruttare le sue enormi qualità tecniche di calciatore,
deve essere pronto ad accettare “tutto il blocco” e quindi anche i suoi
atteggiamenti, le sue bizze, i suoi comportamenti e di correre anche il rischio
di rimanere a giocare in dieci, dal momento che tutti gli avversari e anche il
pubblico sanno ormai molto bene come provocarne una sconsiderata reazione. Dovrebbe essere una situazione arcinota e scontata, ma i giornalisti, evidentemente a
corto di argomenti, preferiscono focalizzare l’attenzione su di lui: tra pochi
giorni sapremo anche cosa mangia, che musica ascolta, se beve il caffè dolce o
amaro, se preferisce le bionde o le brune e quante volte va al gabinetto in un
giorno. Non se ne può più! Lui è un giocatore della Nazionale e l’unica cosa
che deve interessare è se sia in grado di fare il suo dovere e contribuire a
far proseguire la squadra il più avanti possibile nel torneo: detto un po’ brutalmente se riesce a “metterla dentro” o no. Il
resto, scusate, sono cavoli suoi. L’Inter ha deciso due anni fa, e credo
parecchio a malincuore, che “il gioco non valeva la candela” e l’ha ceduto al
Manchester City a prezzi di saldo; Prandelli ha deciso il contrario e se ne
assuma tranquillamente la responsabilità: punto!
Una notazione a margine: sempre a proposito di situazioni che sfasciano gli zebedei,
come prevedevamo qualche settimana fa, in maniera molto italianamente “cerchiobottista”, la Lega ha concesso ai
bambini il loro giocattolino, omologando la scritta sulla maglia “30sul
campo” ma non l’aggiunta della terza stella. A parte che ognuno ha diritto di
rendersi ridicolo nel modo che ritiene più opportuno, sarebbe interessante
ricercare le origini di quel “sul campo”: non mi risulta che le partite di
calcio si svolgano negli orti o nei capannoni industriali e per maggior
completezza, tanto che c’erano, avrebbero dovuto scrivere: “30 sul campo dei
quali 7 anche fuori”. Non è un numero a caso, ma il numero degli scudetti vinti dai quei “signori” con i servigi di Luciano Moggi come Direttore Generale…ma questa è una vecchia storia.
So che non è corretto usare questo spazio per sfoghi o messaggi personali, quindi mi scuso in anticipo, ma ho un estremo bisogno di aprirmi, di confidarmi. Tante volte dicono che parlare espressamente di certi problemi, o anche scriverne, permetta un confronto con essi maggiormente maturo e saggio. Non so se sia così ma non ce la faccio più, la mia vita è diventata un inferno e non riesco più a viverla come accadeva soltanto qualche settimana fa. Tutto iniziò il sei maggio scorso: l'Inter aveva appena vinto il derby, ero felice, una grande prova con un 4-2 secco contro quei saltimbanchi rossoneri. Una bella serata insomma. Uscii per andare alla mia macchina, ci salii fischiettando e mi avviai verso casa. Ad un certo punto mi trovai fermo in coda perchè gli juventini in festa bloccavano la strada con la loro comprensibile ma irritante gioia. Suonai il calcson, urlai, imprecai, sbuffai, sono certo che non fischiettai più, ma non servì a nulla. Soltanto due ore dopo ero finalmente a casa. Due ore per compiere un tragitto di dieci minuti. Quella sera cominciò tutto.
Prima pagina Tuttosport 20/06/2012
Ho iniziato a seguire febbrilmente tutte le notizie di mercato, cosa che già facevo, ma non febbrilmente, non con questa aggressiva curiosità. Perchè? Perchè volevo fortemente che la mia squadra, la nostra squadra, sistemasse la rosa affinchè non si ripetessero più scene come quella di quella maledetta sera. Volevo che Moratti costruisse una armata e che schiacciasse sotto valigette piene di sonante contante tutte le velleità avversarie di rinforzare le loro squadre, volevo che ogni promettente campioncino sul suolo italico sognasse di vesitre la nostra maglia e se anche non lo sognava, beh, gliela avremmo messa addosso a forza la nostra maglia. Sognavo però. Ben presto m'accorsi che la realtà era ben distante dalla mia speranza e soprattutto mi accorsi di una cosa ben peggiore: la Juventus stava iniziando a fare un mercato in grande stile. Ogni giorno compravo la Gazzetta e ad ogni pagina la mia fronte si imperlava di una goccia in più di freddo sudore: "La Juve vuole un top-player!", "Juventus-Van Persie: si fa!", "La Juventus punta tutti!". Cercavo dell'Inter e trovavo sempre i soliti nomi: Destro, Isla, Verratti, Silvestre, Acerbi, Giovinco...dovevamo prenderli!!
Poi il dramma: La Juventus prende Isla con Asamoah, poi prende Verratti, e poi anche Giovinco, mentre punta Destro e ci prova per Acerbi. Ma come?! Non dovevamo prenderli noi quelli? L'ansia si impossessò di me: capii che non c'era nulla da fare, su qualsiasi giocatore puntassimo, la Juventus o arrivava prima o ci superava e la cosa è diventata insopportabile negli ultimi giorni. Noi fermi, immobili, come statue di marmo che lentamente affondano in sabbie mobili mentre, attorno a noi, la Juventus si muove come una ridente scimmia che salta da un ramo all'altro del calciomercato, raccogliendo banane da ogni pianta e, talvolta, saltando anche sulla nostra testa di marmo per velocizzare la nostra agonia ed intanto Branca, li vicino a noi, ci dice di stare tranquilli ed attendere che il mercato abbassi le sue pretese.
"Non ce la faccio più"
L'altro giorno ero al bar, ho preso un cornetto. Ne era rimasto uno. Mi recai al frigorifero ma, uno juventino, mi superò a passo svelto e prese quell'ultimo cornetto. Come faccio a sapere che era gobbo? Lo so! Due settimane fa invece ero all'ATM a rinnovare l'abbonamento mensile, ma incontrai Branca che mi disse: "No Andrea, ora è presto per acquistare. Aspetta che il mercato degli abbonamenti della metropolitana si stabilizzi e compra quando i prezzi sono più bassi". Lo ascoltai ma ieri mi sono preso 50 € di multa. L'abbonamento costa 55 €. Non ce la faccio più. Agli aperitivi non tocco una nocciolina o una oliva da settimane, non perchè sono a dieta, ma perchè tutti gli juventini del locale arrivano costantemente prima di noi interisti e noi dobbiamo accontentarci delle patatine posse. In posta non ci vado da tempo, in fila mi passano sempre davanti tutti i gobbi e quando provo a reagire, appare Chiellini che mi entra in scivolata da dietro con le gambe a forbice. La notte fatico a dormire perchè mi sogno costantemente Conte che vince alla Snai e con i soldi delle vincite compra Van Persie, C.Ronaldo e Messi. Non ce la faccio più. Ho un bisogno fisico che l'Inter acquisti qualcuno di decente altrimenti non so come potrò andare avanti. Non ce la faccio più, è un incubo.
Cassano e la conferenza stampa che ha fatto e fa discutere
In questo periodo, come diceva anche Andrea, non è così semplice trovare argomenti su cui dibattere che riguardino
l’Inter, anche perché il mercato è praticamente fermo e con quel poco che
trapela è meglio soprassedere dal farlo. Vorrei pertanto soffermarmi sulla
conferenza stampa tenuta da Cassano. Per prima cosa diciamo che se mandi uno
come lui in conferenza stampa a “ruota libera” o sei un inetto nel fare il tuo
lavoro o hai uno scopo ben preciso, che in questo caso avrebbe potuto essere
distogliere attenzione dalla squadra per incanalarla su altri argomenti;
situazione che sarebbe cascata “a fagiolo” anche per i cosiddetti giornalisti
che non avevano, dopo la partita con la Spagna, particolari lodi sperticate con
le quali “imbrodare” pericolosamente la squadra, così come non avevano
argomenti con i quali criticarla più o meno ferocemente. E allora cosa di
meglio che scatenare la goliardia, l’ignoranza e il “grezzume” di Antonio da
Bari vecchia? Magari è stato addirittura tutto concordato con gli addetti
stampa della Federazione. Cassano è uno così, senza filtri, che ti dice quello
che pensa in maniera che può spaziare dal simpaticamente goliardico al
pesantemente greve e offensivo: c’è pertanto da stupirsi se ha definito “froci”
gli omosessuali uno che al suo Presidente, che l’aveva rilanciato nel calcio
che conta, ha risposto con un “vecchio di
m…..” concludendo con un molto poco raffinato “bocchinuamamma”? Direi proprio di no.
Cecchi Paone: "Sono stato con un azzurro"
Oltre all’epiteto, senz'altro esagerato e sconveniente, utilizzato per
identificare i gay, non mi pare si sia spinto particolarmente oltre nelle
offese affermando che sono problemi o fatti loro e che crede e spera che nel
gruppo della Nazionale non ce ne siano. A questo punto ci chiediamo: perché
doveva sperare il contrario? Francamente, e penso di interpretare il pensiero
di parecchie persone anche se non tutte hanno il coraggio di ammetterlo, ci
siamo un po’ rotti le palle di coloro che vogliono imporre a forza una
diversità come normalità. Intendiamoci: io sono assolutamente tollerante verso persone
che hanno gusti sessuali diversi da quelli diciamo “standard”; ho un amico e
una collega gay con i quali vado d'accordissimo senza il minimo problema e
sapete perché? Perché queste persone vivono la loro omosessualità in maniera
assolutamente discreta e tranquilla, senza problemi o proclami, senza
l’ansia e la pretesa di cercare a tutti i costi l’approvazione di quelli
che gli stanno intorno e soprattutto senza parate e sfilate nelle quali invece
che esibire l'orgoglio omosessuale si finisce quasi sempre per esibire una
buona dose di indecenza e cattivo gusto che credo arrechi abbastanza fastidio alle persone sobrie
di entrambe le "sponde". Pratica
che sembra invece diventata lo sport
nazionale di gran parte di questa categoria di persone e che come tutte le
categorie hanno i loro fieri portabandiera, gente come Cecchi Paone il quale,
evidentemente, avendo ormai perso il suo “appeal” e la sua credibilità come
giornalista, come conduttore televisivo e come politico, per rimanere in
qualche modo sulla cresta dell’onda ha pensato bene di far parlare di sé
tirando continuamente in ballo questi argomenti. E non mi si venga a tirare
fuori la storia dei diritti, dal momento che a parte il matrimonio e la
reversibilità della pensione, ormai li hanno tutti quanti e soltanto una piccola
minoranza glieli contesta; poi sul fatto che dovrebbero godere anche dei due
citati sopra, l’argomento sarebbe molto complesso e questa non è certo la sede
per affrontarlo con la puntualizzazione e l’attenzione che meriterebbe.
Ed anche Cassano palpò...
Mi chiedo: ma se queste persone vivessero un po’ più rilassate senza pretendere
per forza che tutti ammettano che “gay è
bello”, che “gay è cool”, quasi
con l’arroganza di fare apparire come diverse e fuori posto le persone
eterosessuali, non otterrebbero l’effetto di farsi accettare dagli altri in
maniera meno problematica? Io penso di sì. Accettare e tollerare la diversità e
un conto e un dovere di ogni persona intelligente e appunto tollerante;
pretendere a tutti i costi che questa diversità venga accettata come normalità
è un altro discorso, e rappresenta a mio parere una palese forzatura. Un conto
è accettare senza drammi di avere un figlio o un amico gay, ma in base a quale
stortura mentale dovrei essere per forza contento ed entusiasta che questi lo
siano? A suo modo lo ha detto anche Fantantonio, dal quale non ci si poteva
aspettare certo un trattato di sociologia e pur non essendo d’accordo con lui
sulla terminologia che ha utilizzato, sono sostanzialmente d’accordo sui
contenuti; poi si è anche dimostrato forse un pò meno stupido di quanto lo vogliano
far passare (ho detto stupido, non ignorante: è diverso), quando ha ironizzato su se stesso e sul fatto di come
fosse la persona meno indicata a far da tutor a Balotelli, dichiarando che “saremmo proprio combinati bene”. Non è
neanche la prima volta, visto che in passato dichiarò: “Se avessi la testa di Palombo col mio talento sarei uno dei calciatori
più forti del mondo”. Come dargli torto? Ovviamente le varie associazioni
gay non hanno perso occasione per inalberarsi e accusare lui e tutto il mondo
del calcio di omofobia, in maniera devo dire un pò ipocrita. Omofobia, che
etimologicamente starebbe a significare “paura degli omosessuali”, anche se poi
il significato del termine è stato ampliato comprendendo anche un atteggiamento
discriminatorio nei confronti di queste persone. Penso di poter affermare che
un omosessuale non faccia paura proprio a nessuno e se vuole avere qualche
chance in più di non venire discriminato, cerchi di rilassarsi un po’ e magari
ogni tanto si faccia qualche risata, invece di reagire sempre in maniera
isterica e stizzita.
Era il 30 ottobre 1994. Ero un bambino di 5 anni. Non stavo
più nella pelle: la mia prima partita a San Siro, Inter-Reggiana. Grazie ai
parenti da parte di mamma, intelligenti e lungimiranti, disponevo già di ogni
sorta di gadget interista: sciarpe, bandiere, cappellini, magliette, poster,
pupazzi… “il nero e l’azzurro sullo sfondo d’oro delle stelle” aveva già abbondantemente
invaso la mia vita. Troppo facile, in tenera età, cominciare a tifare per la
squadra che vince. Il legame con la squadra di appartenenza va al di là dei
titoli, dei successi. Poco male se poi la stagione precedente la mia Inter
avesse pericolosamente concluso 13esima in campionato, ad un punto dalla zona
retrocessione: i mezzi busti che attiravano il mio sguardo ammirato erano
quelli della Beneamata, appiccicati assai storti sull’album Calciatori Panini
1994/95. Baresi in copertina con la maglia della Nazionale ad Usa ’94, in
marcatura su Romario, non sortiva alcun effetto: senza il nero, l’azzurro non
aveva il potere di stregarmi. A distanza di anni, ho ancora tutte quelle
figurine stampate nella testa. Jonk, Ruben Sosa, Bergkamp, Pagliuca (appena
arrivato, a prendere il posto di Zenga) su tutti: idoli di carta adesiva.
Ma quell’Inter-Reggiana. Eh sì, quell’Inter-Reggiana! Sedile
posteriore della storica Uno Bianca, soffocato nella sciarpa di lana su cui
spiccava (e spicca ancora, maniacalmente conservata) la scritta “Forza Inter”,
davanti papà e mamma, destinazione San Siro. Il tragitto sembrava non finire
mai, ma alla fine la voce di papà: “Siamo arrivati”. Parcheggio in Piazzale
Lotto, il primo bandieraio, poi a piedi su viale Federico Caprilli in un fiume
di sciarpe nerazzurre. Una decina di minuti e poi…e poi eccola: la Scala del
calcio. Piccola coda dal bigliettaio, 3 pezzi di carta che recitavano “secondo
anello arancio”. Su per le scale, e poi lo spettacolo mi si è aperto davanti
agli occhi: il campo verde, migliaia e migliaia di persone, un frastuono
eccitato ed eccitante. La sensazione era magnifica, e chiunque è stato a San
Siro può testimoniare: la prima volta non si scorda mai.
Album Panini 1994/'95
Sulla panchina dell’Inter sedeva Ottavio Bianchi, fedele al
suo 5-3-2 che un anno più tardi vide esordire il giovane Javier Zanetti come
laterale destro sulla linea difensiva. Con la Reggiana, a difendere la porta l’estremo
difensore pagato 15 miliardi, alla prima stagione dopo il vuoto lasciato da
Zenga: Pagliuca. Davanti a lui, la retroguardia composta da Bergomi, Conte,
Orlando, Massimo Paganin e Bia. Con mio grande rammarico, l’idolo personale
Jonk sedeva in panchina, ma poco male: il centrocampo Orlandini, Seno e Berti andava
benissimo lo stesso. Davanti, Bergkamp e Delvecchio. Ore 15.00, l’arbitro Giuseppe
Rosica ha fischiato: VIA!
“Fiorucci” sulla maglia, “Umbro” storico sponsor tecnico, i
nerazzurri erano partiti bloccati. Pochi
varchi, partita lenta e senza troppi sussulti. A livello di blasone l’Inter
avrebbe dovuto mangiarsi l’avversario, ma il periodo non troppo roseo
rimescolava le carte. Nulla di fatto: l’Inter orfana dell’uruguagio Ruben Sosa -
osannato da due ragazze alle mie spalle che avevano catturato la mia attenzione - ha
chiuso il primo tempo sullo 0-0. Nel secondo tempo la solfa non sembrava
cambiare. Fuori Bergomi, difensore, dentro – con grande gioia del sottoscritto –
l’olandese Jonk, centrocampista. Ottavio Bianchi cercava la vittoria. Dopo una
manciata di minuti e di tanta calma piatta in campo, fuori Bergkamp, dentro
Veronese: forze fresche là davanti, alla ricerca del gol vittoria. Che non
arrivava. Un po’ di sconforto per la prima a San Siro a reti bianche cominciava
ad assalirmi. Ma l’Inter era pazza, lo era già da allora. La sorpresa era…dietro
l’angolo! Minuto 89, corner: Bia l’aveva messa giù di testa, si era allargato all’interno
dell’area di rigore e poi palla tesa calciata in mezzo. La rete si era gonfiata.
Marco Delvecchio l’aveva deviata alle spalle di un giovane – lo è mai stato? –
Francesco Antonioli. GOOOOOOOOOOOL!!! GOOOOOOOOOOOOOOOL!!! San Siro era
esploso. Ed io con lui.
Me lo sarei dovuto immaginare, dovevo aspettarmelo, l’Inter era,
è e sarà sempre la stessa. Pazza, orgogliosa fino alla fine, mai rinunciataria,
mai vinta prima del triplice fischio. Che quel 30 ottobre 1994 arrivò subito
dopo la marcatura di Delvecchio. Non mollare mai, questa è la filosofia che
quel pomeriggio mi ha insegnato. E quel pomeriggio era nato un amore.