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venerdì 12 aprile 2013

La profezia del Vate


Al di là di un sottile ed innegabile stato di godimento (che riesce ad ammettere solo chi è sincero) per l’eliminazione dei bianconeri dai quarti della Champions, una riflessone più pacata, approfondita e meno di parte non può non portare a considerare lo stato in cui versa il calcio italiano.

I vari media erano stati molto prodighi di elogi, di titoli ad effetto, di incoraggiamenti: prima del ritorno degli ottavi del Milan a Barcellona e dei quarti della Juve a Torino contro il Bayern, si respirava un clima di fiducia in un più che possibile passaggio di turno da parte dei rossoneri e in una rimonta difficile ma tutto sommato possibile dei bianconeri. Risultato: il Milan è riuscito a sperperare un grosso vantaggio ed è stato letteralmente asfaltato nella partita del Camp Nou, e la Juve è stata dominata piuttosto nettamente sia all’andata che al ritorno, risultando questa doppia sfida quella di fatto meno incerta di tutti i quarti di finale.

giovedì 5 aprile 2012

Bisogna saper perdere


Forse sarebbe ora che dalle parti di Milanello cambiassero l’inno ufficiale e lo rimpiazzassero con il titolo della canzone dei Rokes “Bisogna saper perdere”, presentata a Sanremo nel 1967 in coppia con il grande e compianto Lucio Dalla.

Già sabato scorso si erano esibiti nel “taroccamento” fotografico più veloce della storia facendo girare a meno di un’ora dalla fine della partita col Catania un’immagine chiaramente alterata del presunto gol non concesso a Robinho e postandola sul loro sito ufficiale oltre che sugli I-Pad e I-phone dei vari dirigenti; il problema è che le cose fatte in fretta solitamente non vengono fatte con la dovuta cura e attenzione. Così risultava che i pali della porta erano uno il doppio dell’altro, che la linea di porta in prossimità del pallone era stranamente scolorita, che il pallone stesso risultava un incrocio fra quello da calcio e quello da rugby e che il difensore respingente del Catania aveva un culo che sembrava quello dell’ ippopotamo Pippo della Lines, data anche la conformità cromatica.

Siamo alla mistificazione totale della realtà, dato che bastava vedere anche un solo replay per rendersi conto all’istante di come la palla non avesse varcato INTERAMENTE la linea di porta; “conditio sine qua non”, lo rimarchiamo ancora una volta, perché il gol possa essere ritenuto tale. Quel che è peggio è che, come al solito qui in Italia, in particolar modo trattandosi della squadra che più di ogni altra ha la possibilità di sostenere mediaticamente un’operazione del genere, più di un soggetto si è fatto trovare subito pronto ad avvallare questa tanto maldestra quanto vergognosa mistificazione. Non c'è più nessun ritegno e scrupolo a far passare una “balla” così gigantesca come verità assoluta, dato che i precedenti in campo sportivo e non (ahimè) in questo Paese non mancano di certo; questa è la realtà più amara che si evince da questa ennesima disdicevole vicenda. Il grande Milan non sopportava di avere perso due preziosi punti sulla strada che porta alla conquista dello scudetto e, probabilmente ancora imbufaliti per il gol incredibilmente non concesso a Muntari contro la Juve (quella volta con tutta ragione ovviamente), hanno pensato bene di costruirsi una loro verità da dare in pasto alle molte persone pronte a farla loro nonostante l’evidenza contraria.

Non conta nulla che il Catania abbia meritato ampiamente quel risultato, come non conta nulla che alla bella squadra di Montella e Pulvirenti sia stato annullato un gol che verrà annullato sì e no una volta su cento (fuorigioco di rientro centimetrico di Bergessio che tocca il pallone a Gomez il quale segna in posizione perfettamente regolare): la cosa importante era lamentarsi e portare una prova, non importa se fasulla, a supporto di tale lamentela. Così come nulla importa se solo sei giorni prima nel quarto di finale d’andata di Champions al Barcellona fosse stato negato un rigore clamoroso (ancora di più se si considera la presenza di un arbitro di porta a un metro dall’azione) più un altro che poteva tranquillamente essere concesso senza suscitare scandali particolari (Mesbah su Puyol); così come non importa se il loro allenatore ha clamorosamente “cannato” sia la formazione iniziale, regalando il controcampo al Barça schierando solo tre centrocampisti di ruolo uno dei quali (Seedorf) corre sì e no come me, sia le sostituzioni (quella di Pato tanto inopportuna quanto imbarazzante e deleteria); così come non importa che per l’ennesima volta il loro giocatore più prestigioso si sia dimostrato un coniglio bagnato quando si tratta di affrontare un avversario molto forte in un occasione molto importante (noi dell’Inter ne sappiamo qualcosa al proposito).

La causa principale dell’eliminazione contro una squadra che nel computo delle due partite si è dimostrata decisamente superiore è stata, almeno secondo i loro dirigenti più rappresentativi (ci devo mettere anche “Barby” Berlusconi ?) un rigore concesso dall’arbitro olandese reo di non avere fermato subito Nesta prima che entrasse in gioco il pallone , il quale, poverino non ha trovato di meglio che aggrapparsi alla maglia di Pique come una cozza ad uno scoglio e sotto gli occhi del medesimo arbitro che era a tre metri da loro con visuale perfetta. E anche in questo caso potendo contare sul supporto di vari media, primo fra tutti il maggior quotidiano sportivo nazionale di colore rosa che ormai è diventato il loro organo di stampa ufficiale. Il Milan non ha tutto sommato sfigurato nella doppia sfida, l’ha tenuta addirittura aperta più a lungo di quanto molti si sarebbero potuti immaginare: questo è stato possibile anche grazie al fatto che le più evidenti sviste arbitrali siano avvenute a suo favore in casa, quando la concessione di un paio di rigori agli avversari avrebbe reso quasi inutile la partita di ritorno. Ma questo fatto è stato “resettato” in sei giorni ed è stato molto facile e comodo addossare le maggiori responsabilità della sconfitta sul direttore di gara dell’altra sera, senza considerare che avere favori contro il Barcellona è già un vantaggio sul quale in pochi hanno potuto contare; per informazioni chiedere all’Arsenal e al Chelsea, per fare i primi due esempi che mi vengono in mente.

Non avere la cultura della sconfitta è tipico della nostra mentalità di italiani, ma soprattutto di quella dei rappresentanti di un paio di squadre con la maglia a righe e che non rispondono al nome di Inter F.C. Su quella a righe bianconere gli esempi si sprecano e sono recentissimi, mentre per quanto riguarda quella rossonera mi piace ricordare gli episodi di Marsiglia e di Bergamo. Nel primo caso si trattava di una partita di Coppa i Campioni del 1991 e il Milan era praticamente eliminato: lo “zio Fester” irruppe in campo e ritirò la squadra perché a novantesimo minuto già scoccato si era spenta la luce di uno dei quattro piloni agli angoli del rettangolo di gioco, anche se le luci avevano ripreso a funzionare dopo un paio di minuti, anche se parzialmente; emulò così uno sceicco (non dico altro) che era entrato in campo per ritirare la nazionale del Kuwait contro la Francia ai Mondiali del 1986. Oltre a una figuraccia vergognosa in mondovisione e a un anno di squalifica nelle coppe europee, quella partita segnò la fine del ciclo del Milan di Sacchi.

Questa figura “barbina” era stata preceduta da quella del Gennaio 1990 in una partita di coppa Italia Atalanta-Milan e che i bergamaschi stavano vincendo 1-0 (risultato che avrebbe eliminato il Milan di Sacchi che puntava a vincere tutto); il povero Borgonovo restò a terra e Stromberg buttò la palla in fallo laterale. Invece di restituirla, con tutta l’Atalanta ferma, Rijkaard la passò a Massaro, che crossò in area dove un incredulo difensore dell’Atalanta trattenne platealmente lo stesso Borgonovo: l’arbitro fu praticamente costretto a fischiare il rigore e Franco Baresi, che avrebbe potuto anche sbagliarlo, lo tirò come se fosse una finale di Coppa Campioni con il Milan che così passò il turno. Sarà perché noi siamo fisiologicamente più abituati a perdere, o perché nel nostro DNA vi è insita una certa autoironia, o perché i nostri dirigenti sono sempre stati forse un po’ meno capaci ma sicuramente più signori: fatto stà che noi di figure di m.... del genere non ne abbiamo mai fatte, almeno finora, e non siamo mai andati in serie B per scandali e irregolarità più o meno gravi. Avremo vinto un pò meno, ma noi siamo fieri e orgogliosi di questo e ringraziamo i nostri dirigenti e i nostri giocatori del comportamento che hanno sempre tenuto.

Piccola nota a margine: ieri l'Alta Corte del CONI ha confermato la radiazione a vita per Moggi, Girando e Mazzini, nonostante qualche fenomeno si fosse prodigato a pronosticare il contrario. E' la diciottesima sentenza contraria a Moggi e alla Juve: 18 avete capito? 18 come il numero degli scudetti vinti dall’Inter: prendetene tutti buona nota!

Alex
mercoledì 4 aprile 2012

Uscire A TESTA ALTA, roba per pochi eletti..

Photocredit Interistiorg (era troppo geniale per non rubarla)
Chi legge questo blog senza dubbio ha avuto modo di notare che generalmente, di quello che accade in casa d'altri, ci interessa davvero poco. Certo, sarebbe ipocrita dire che eventuali scivoloni della coppia biancorossonera ci lasciano indifferenti, ma da qui a tirarne fuori materiale per i nostri articoli ce ne passa. Preferiamo, da sempre, parlare di Inter senza comunque disdegnare sfottò, ironia, e tutto quello che rientra nel nostro essere maledettamente e orgogliosamente nerazzurri DOC.

Ieri sera però è accaduta una cosa particolare, troppo particolare per non meritare di essere discussa anche da noi. E' successo, in breve, che una squadra è stata letteralmente presa a pallonate da un'altra, ma alla fine di una contesa sbilanciata in modo imbarazzante verso la sponda catalana, la frase che rimbalzava praticamente ovunque, da Sky a Mediaset passando per le reti minori era sempre e solo una: "Eliminati sì, ma A TESTA ALTA".

A TESTA ALTA. Lo senti dire una volta, pensi di essere semplicemente assonnato dopo una dura giornata, poi però lo senti altre tre, quattro, cinque volte, fino a vedere il titolone sbattuto sulle prime pagine dei quotidiani, e allora capisci che è tutto vero. Gente, questi sono usciti dalla Champions League a testa alta.

Preso atto dell'opinione generale, ed avendo visto ogni singolo minuto del doppio confronto tra quelli col DNA europeo e la formazione più spettacolare che la storia del calcio ricordi, mi sono arrovellato per cercare di elaborare questo concetto coniugando quanto visto in campo con l'output fornito da stampa e media, il tutto ovviamente senza prostituzione intellettuale. Bè, la conclusione a cui sono arrivato è la seguente: se contro il Barça difensivamente più distratto della sua storia recente non vedi palla per 160 minuti su 180, vieni graziato a San Siro da un arbitro "casalingo", e al Camp Nou prendi tre pere che potevano essere cinque o sei senza opporre resistenza, trovando un gol quasi casuale nell'unica azione d'attacco offerta alla platea, allora sei uscito A TESTA ALTA.

E soprattutto, sei stato maledettamente sfortunato, perchè chi se ne frega del 62 a 38 di possesso palla, dei 18 tiri a 2 complessivi (17 a 1 in porta), quando alla fine l'eliminazione passa per un rigore discutibile? In fondo, la partita è girata lì, senza quel rigore probabilmente i rossoneri avrebbero iniziato a macinare il gioco spumeggiante di cui sono maestri e il Barça si sarebbe schiacciato nella propria metà campo finendo 'matato' sotto i colpi di Ibra 'Supremacy', che invece si è depresso e per una volta non ha lasciato il segno in Europa.

Noi purtroppo non siamo mai usciti A TESTA ALTA negli ultimi due anni, e di questo ce ne rammarichiamo ancor oggi che l'ultima botta è fresca e non si è del tutto riassorbita. Eppure dopo lo shock contro il Marsiglia qualcuno ci ha anche provato a sussurrare quella frase, ma noi sappiamo benissimo quanto assurdo sia dire una cosa del genere se in fondo, quella qualificazione non l'hai meritata per nulla. Marsiglia e Schalke non sono il meraviglioso Barça di Guardiola, bensì due squadre di mezza tacca puntualmente eliminate subito dopo essersi cosparse di gloria contro di noi, e pertanto aver ceduto a loro il passo non fa onore a quella storia che per fortuna abbiamo e non è neanche troppo datata come ad esempio quella di chi ha festeggiato una coppa nel 1996 e pensa ancora che sia roba recente.

La realtà è che questo Barcellona nella sua eccezionale scalata alle vette più alte si è fermato solo una volta. Si è schiantato, arenato contro una squadra che ha giocato una gara ai limiti della perfezione calcistica, riducendo Messi ad un comune mortale e rispondendo al gioco degli azulgrana con un calcio propositivo, aggressivo, letale, per poi offrire una prova difensiva maiuscola al ritorno giocando per quasi 80 minuti con un uomo in meno. Lo sa Guardiola, che non ha perso occasione per sottolineare la grandezza di quella squadra, lo sanno quelli che capiscono di calcio, lo sanno un pò meno (o forse lo sanno anche loro in fondo) quelli che da quel maggio 2010 sono usciti col fegato a pezzi.

Ecco, che qualcuno offra una prestazione come quelle eroiche dell'Inter di Josè, e poi se il campo dovesse comunque dire 'pollice verso', potrà davvero uscire dal campo A TESTA ALTA. Solo in quel caso però, perchè a farsi prendere in giro per 180 minuti, dopo averlo già fatto per altri 180 nel girone eliminatorio, sono bravi tutti. Anche quelli senza il DNA europeo.

Antonio
giovedì 24 novembre 2011

Da Milan-Barcellona ad Inter-Barcellona: il parallelismo non regge..


Guardare in casa d'altri generalmente non è mia abitudine, specie in un'annata nella quale i nostri problemi non sono proprio poca roba e dalla loro parziale risoluzione (in un futuro quanto più possibile prossimo) passeranno le sorti di tutta la stagione.

Vorrei però discutere un attimo della gara di ieri sera tra Milan e Barcellona, nella quale i rossoneri hanno alzato bandiera bianca di fronte al meraviglioso collettivo di Guardiola, al termine di 90' nei quali tutta la differenza tra i catalani e il resto del mondo si è palesata in maniera totale, a dispetto di quanto possano dire addetti ai lavori e tesserati della "squadra più titolata al mondo" (cit.). Si è parlato di gap ridotto, di nuove consapevolezze, di un Barça che in fondo si può battere: e per arrivare a queste conclusioni, ci si è basati sull'ennesima lezione di calcio impartita da Messi e compagni, rei forse di essersi specchiati troppo e di non riuscire a concretizzare tutte le palle gol create. E questo senza Dani Alves, Piquè, Iniesta, e con un assetto tattico sperimentale ed un David Villa sciagurato almeno quanto Robinho dall'altro lato.

Il Milan si è battuto bene, intendiamoci. Lo ha fatto con le armi a sua disposizione, giocando una gara di un certo spessore, e creando anche diverse palle-gol. Obiettivamente però la serata di ieri ha solo confermato che per battere questi qui serve una partita perfetta ed una serie di circostanze contingenti che ti permetta di reggere la loro forza d'urto devastante. E qui andiamo all'Inter, ed a quei quattro confronti nell'anno del triplete che di fatto ci aprirono le porte della leggenda.